La Sicilia che mi porto dietroPuoi vivere dall'altra parte del mondo, ma certe cose restano
Ci sono giorni in cui Dubai sembra un set. Tutto preciso, lucido, veloce. Le strade pulite, gli orari rispettati, le cose che "funzionano" senza troppe domande. E poi, all'improvviso, ti arriva addosso una cosa piccola. Minuscola. Una sciocchezza.
Un odore.
Una parola detta in un certo modo.
Un video di onde che non c'entrava niente con la tua giornata.
E ti prende quella fitta: non tristezza vera, non nostalgia da film. Più una specie di richiamo. Un "ehi, non ti scordare da dove vieni".
Perché puoi cambiare città, lingua, abitudini, fuso orario. Puoi diventare più disciplinato, più organizzato, più "internazionale". Ma la Sicilia, se ce l'hai addosso, non se ne va con un volo.
Se ne sta lì. In silenzio. E ogni tanto ti bussa.
Il mare non è un panorama: è un modo di respirare
Quando vivi vicino al mare per anni, non capisci quanto ti struttura. Non è solo bello da vedere: è un punto fisso. Una cosa che ti rimette a posto anche quando non stai bene e non sai spiegare perché.
Qui il mare c'è, certo. Ma non è "il tuo". È diverso. È più distante, più "da gita". In Sicilia, invece, il mare è uno stato mentale: anche quando non lo vedi, sai dov'è.
E ci sono giornate in cui questa differenza pesa. Non perché qui sia peggio — non è quello — ma perché ti manca quella cosa che ti faceva da sfondo naturale. Come se una parte del corpo stesse cercando qualcosa che prima era sempre lì.
Mi capita soprattutto quando sono stanco. Quando ho la testa piena. Quando ho fatto troppe cose tutte insieme. In quei momenti non mi mancano i posti "famosi". Mi manca il mare come lo vivevo io: senza programmarlo, senza farci una foto, senza farci un piano. Mi manca il mare che è un'abitudine.
La famiglia: la distanza fa rumore anche quando non dici niente
C'è una cosa che nessuno ti spiega davvero: la distanza dalla famiglia non è un dolore continuo. È più subdola. Va a ondate.
Ci sono settimane in cui sei preso, hai mille impegni, ti senti forte e dici "sto bene". Poi succede qualcosa di normale — un compleanno, una domenica, una ricorrenza che da bambino era automatica — e ti rendi conto che non è "che ti manca qualcuno", è che ti manca un pezzo di routine affettiva.
Il punto non è fare la chiamata o non fare la chiamata. Quello lo fai.
Il punto è che prima la famiglia era anche una presenza fisica: un rumore di fondo.
Un "passo" in casa. Una voce che senti anche se non stai parlando con nessuno. Una porta che sbatte. Il pranzo che si allunga. Le discussioni inutili che poi diventano ricordi.
Qui, quel rumore non c'è.
E allora la famiglia, a distanza, diventa una cosa strana: la senti fortissima proprio quando non ci stai pensando.
"Casa" è una sensazione, non un indirizzo
A un certo punto capisci che "casa" non è solo dove dormi. Non è solo il posto dove hai le tue cose. È una sensazione di protezione.
È quel momento in cui puoi essere più morbido.
Meno performante.
Meno impeccabile.
In tanti posti del mondo — e Dubai è uno di questi — si vive con una specie di "armatura". Ti abitui a essere pronto, presentabile, veloce, sul pezzo. È utile, eh. Ti fa crescere. Però è stancante.
La Sicilia, almeno per come l'ho vissuta io, ti dà l'opposto: ti concede di essere anche disordinato. Umano. Lento quando serve. Ti permette di stare "un po' storto" senza sentirti in colpa.
E quando sei lontano, quella permissione ti manca. Per questo a volte ti senti strano anche se va tutto bene: perché "va tutto bene" non significa per forza che ti senti a casa.
Le cose minuscole che ti tradiscono
La nostalgia non arriva con i monumenti. Arriva con cose ridicole.
- Una parola detta in dialetto che ti scappa quando sei nervoso.
- Una battuta che fuori contesto non fa ridere nessuno, ma tu ridi lo stesso.
- Un modo di gesticolare che ti accorgi di avere solo quando qualcuno ti guarda strano.
A me succede anche con il cibo, ovviamente. Non la roba "instagrammabile". Le cose semplici: un pezzo di pane fatto come si deve, un sapore che non ha bisogno di essere spiegato.
E poi ci sono i suoni. Il rumore della strada in Sicilia è diverso: più vivo, più imperfetto. Qui è tutto più ordinato. In Sicilia è tutto più… vero. Non so come dirlo meglio.
La verità è che non ti "stacchi": ti espandi
Quando ti trasferisci lontano, molti credono che tu tagli con la vita di prima. Io non la vedo così. Secondo me non ti stacchi: ti espandi.
Ti porti dietro quello che eri, ma inizi ad aggiungere strati. Alcuni belli, alcuni faticosi.
E la Sicilia, in questo, è uno strato che non sbiadisce. Anzi, a volte si accende di più. Perché quando sei lontano capisci cosa era davvero importante e cosa era solo abitudine.
Il mare era una medicina, non uno sfondo.
La famiglia era un'ancora, non un dovere.
La sensazione di casa era un permesso di respirare, non un luogo.
Una cosa che non dico spesso (ma è vera)
Ci sono momenti in cui vorrei essere lì anche solo per una cosa piccola. Non per "tornare indietro". Solo per sentire quella normalità che qui non esiste.
E poi mi ricordo che la vita è fatta anche di scelte: quando scegli di andare lontano, accetti che qualcosa resta indietro. Non per sempre, magari. Ma abbastanza da fartelo sentire. È il prezzo. E allo stesso tempo è la prova che ci tieni.
La Sicilia non è un posto, è un modo di guardare il mondo
La Sicilia che mi porto dietro non è solo nostalgia. È un filtro.
- È l'istinto di cercare calore nelle persone.
- È quella sensibilità per le cose semplici.
- È il bisogno di mare anche quando non lo dici.
- È la famiglia che ti rimane addosso pure quando fai finta di essere indipendente.
E ogni tanto, quando la città è troppo perfetta e io mi sento troppo "in modalità performance", mi basta pensare a una cosa sola per rimettermi a posto:
Che "casa" non è sparita.
È solo… dall'altra parte del mondo.
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